C’era una volta una Principessa delle Fate e una tipa che continuava a ruotarle intorno, infastidendola ancora ed ancora, chiamata Turchina per le vesti che indossava.

La Principessa e Turchina avevano affrontato insieme infinite avversità. C’era stata la Foresta Oscura (leggi qui) , c’era stata la frustrazione del primo incontro (leggi qui), c’erano state tantissime risate e ancora di più successi, piccoli o grandi che siano.

Erano infine riuscite ad arrivare al famigerato Castello della Comunicazione. Il Castello era davvero un posto fantastico e misterioso. Brillava della luce delle interazioni con le altre persone, brillava di risate condivise e di storie da raccontare. Ma dove c’era tanta luce, c’era altrettanto buio e ombre scure.

Aveva una architettura davvero complicata, questo castello. Aveva trappole di vocali e consonanti difficili da pronunciare, aveva trabocchetti di sillabe, aveva labirinti fatti di strutture sintattiche davvero difficili da capire. Ma la stanza davvero più paurosa era quella della pragmatica. Era la stanza dove si capiva davvero come funzionava il linguaggio in ogni suo contesto. Era il cuore pulsante della magia del castello. Era una stanza circolare con infinite porte, di diverse forme e colori. A seconda di quale si apriva, la stanza cambiava. Era davvero, davvero complicato capire e prevedere la magia della pragmatica. Soprattutto per la Principessa delle Fate, che aveva le sue regole e il suo mondo ben ordinato secondo ad esse. Se qualcosa diventava imprevedibile perché non rientrava nei canoni di quelle regole, la Principessa entrava nel panico, piangendo e lamentandosi.

Per fortuna che c’era Turchina, che con la sua bacchetta magica delle coccole e la sua pozione dell’alleanza terapeutica, riusciva a calmarla quanto bastava per dimostrarle che non c’era nulla di cui aver paura. Anche se c’erano cambiamenti incomprensibili, si potevano affrontare.

Armate di questa consapevolezza hanno cercato insieme di affrontare stanza per stanza il Castello. Sono cadute in tutte le possibili trappole e tranelli, non sempre uscendono illese.

Stava diventando ogni giorno più difficile continuare la missione di imparare a comunicare, soprattutto quando Principessa ha chiaramente fatto capure che le parole e i suoni che le compongono sono meccanismi impossibili per lei.

Turchina era davvero, davvero arrabbiata con se stessa e con il castello, perche non le permetteva di dare a Principessa gli strumenti per affrontare lo spaventoso Mondo degli Altri.

Poi accadde. Un giorno, sommqto a mille altri, di sforzi e frustrazioni, accadde. Finirono per sbaglio nella stanza della pragmatica. E anche se non avevano superato i trabocchetti delle vocali, delle consonanti, delle sillabe e i labirinti della sintassi, erano inspiegabilmente (o forse no) riuscite ad arrivare al cuore nevralgico della comunicazione. Capire cosa si stava dicendo e perché. Le porte che la Principessa riusciva ad aprire erano pochissime, ma erano quelle più belle. Erano i gesti per indicare, erano gli occhi per condividere, erano alcune paroline associate che davano significati diversi.

Erano le porte della comunicazione non verbale. E quando finalmente riuscirono ad aprirne sempre di più, Turchina pianse nel suo cuore per l’immensa gioia.

C’era solo un problema, come in tutte le storie avvincenti che sembrano arrivate al lieto fine. Il problema era: come uscire dalla stanza, portando con sé tutti i tesori acquisiti che le avrebbero permesso di comunicare nel Mondo degli Altri?

La favola di oggi, come le precedenti, non ha un lieto fine, perché non è finita. Ma ha una morale, come tutte le fiabe. Tuttavia stavolta lascerò che siate voi a deciderla.

Alla prossima favola!

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